Nel Paese del Drago a caccia della felicità

Nei monasteri del regno himalayano, dove acquistare sigarette è illegale, non ci sono semafori, l’ambiente è venerato, tutto è ritmato da rituali antichi. Ma molti giovani emigrano. Tante sfide per il nuovo premier

di Simonetta Caratti

laRegione, mercoledì 17 gennaio 2024

Dove si trova mai un governo che misura il proprio successo in base alla felicità e al benessere dei suoi cittadini? Beh, uno c’è: il Bhutan. Almeno ci prova. Anche se le sfide sono tante. La prima è l’emigrazione di molti giovani. Sono tempi duri anche nella terra del drago tonante, dove il Pil (Prodotto interno lordo) è stato sostituito dal Fil (Felicità interna lorda), dove sanità e scuole sono gratuite, dove l’ambiente è quasi venerato (infatti le foreste devono coprire almeno il 60% del territorio ed è quindi vietato tagliare gli alberi), dove il riso è rosso e il peperoncino c‘è in ogni piatto, dove la vita è basata sul buddismo, che ispira anche le leggi dello Stato. Eppure molti giovani stanno lasciando il Bhutan perché non c’è abbastanza lavoro ben retribuito. I salari sono migliori in Australia dove in molti (si stima il 12% in due anni) sono emigrati per studiare e lavorare. “Lasciano i figli ai nonni e partono, all’aeroporto di Paro si moltiplicano le lacrime”.
Passeggiando per la capitale, Thimphu, si notano varie insegne ‘affittasi’. “Troppo sfitto – mi spiega un espatriato incontrato al Ambient Cafè – sta mettendo in difficoltà vari proprietari che faticano a pagare le banche”. Problemi nuovi che non hanno fatto vacillare la politica di lunga data del piccolo regno himalayano – incuneato tra Cina e India, in equilibrio fra passato e futuro – di dare priorità alla “felicità interna lorda” rispetto alla crescita. Una filosofia che attribuisce valore a concetti come eredità culturale, salute e istruzione e il benessere dell’individuo. Una sfida per il nuovo premier (fresco di nomina), Tshering Tobgay, che dovrà creare posti di lavoro in un Paese dove una persona su otto “fatica a soddisfare i propri bisogni di cibo”.

Oltre cento dollari di tasse al giorno

Il turismo, una delle principali fonti di valuta estera, sta riprendendosi, dopo uno sofferto stop di 2 anni per via della la pandemia. Chi vuole visitare il Paese, deve pagare una tassa giornaliera di cento dollari o più (a dipendenza dalla lunghezza del soggiorno), a cui vanno aggiunte le spese per vitto, alloggio, guida e trasporti. È un viaggio costoso. Eppure di turisti, soprattutto europei, ne abbiamo incontrati diversi, attratti dal fascino di un mondo fuori dal tempo, in equilibrio tra tradizioni e modernità, dove respirare ancora gentilezza, rispetto e una sacralità profonda, tra rituali e leggende, che attraversa la quotidianità della gente. Molti laghi, ad esempio, sono ritenuti dimora di divinità (le chiamano Naga) che non vanno disturbate, quindi meglio non nuotare, gettare sassi o sporcare l’acqua.

Nei giorni sfortunati non si vola

Ci sono poi giorni fortunati e giorni sfortunati. In quelli negativi, ad esempio, non si inizia un viaggio. Chi deve proprio partire trova escamotage per aggirare gli ostacoli delle stelle. Mi spiegano: “Se hai il volo in un giorno sfortunato, fai la valigia la sera precedente, la metti in auto, fai un pezzo di strada, poi torni a casa. Così il viaggio è iniziato il giorno precedente. Eviti la sfortuna”. Se non l’avessi visto coi miei occhi non avrei mai creduto che l’astrologia potesse influenzare tanto il quotidiano. 
Un viaggio in Bhutan è un’opportunità per immergersi in uno stile di vita diverso, dove l’invisibile è talvolta più importante del visibile, con approcci all’esistenza forse per noi difficili da praticare, ma che sanno trasmettere una serenità che si rimpiange una volta tornati a casa.
Soprattutto potendo soggiornare nei monasteri. Ce ne sono oltre 500, tanti maestri, lama e rinpoche. Monaci e laici, monasteri e villaggi sono legati indissolubilmente. Gli uni dipendono dagli altri in un mondo scandito da rituali e credenze. Che sia per purificare l’abitazione, per accompagnare un morto nel suo viaggio oltre, per decidere quando sposarsi, edificare una nuova abitazione o avere un figlio/a, per guarire, per iniziare un nuovo progetto, per una decisione statale… insomma gran parte della quotidianità, col suo fardello di imprevisti, è ritmata da complessi rituali, mantra, campanelle, divinazioni e divinità protettrici. Al centro, monaci e monache che sanno leggere oltre, hanno accesso a mondi invisibili, energie che ‘piegano’ verso chi ne ha bisogno. E la comunità, in cambio, li sostiene con cibo e donazioni.

Attorno al tempio il chili sui tetti

“Più gli esseri umani fanno cose brutte, più irritano gli spiriti malevoli che influenzano soprattutto quelle persone già predisposte al male. Troppi desideri non vanno bene! Portano alle guerre”, mi confida l’abate del monastero astrologico Pagar, arroccato quasi in cima a una montagna, a due ore circa da Paro. Per arrivarci ci si arrampica per 40 minuti di strade polverose e dissestate. Qui una trentina di monaci studiano, pregano, giocano a calcio. Si respira un’atmosfera cristallina, semplice tra lo svolazzare delle tuniche rosse di monaci indaffarati, tra una lezione e l’altra, e il sorriso della simpatica maestra di inglese, l’unica donna al monastero. Attorno all’imponente tempio color oro, con draghi dipinti sulle colonne, domina il rosso fuoco del chili lasciato a essiccare sui tetti. La loro è una presenza gentile, riservata, mai invadente.
Alle 5.30 di mattina suona la campana che chiama al primo rituale del mattino nel grande tempio, dove si recitano preghiere per tutti gli esseri del pianeta. Il profumo dell’incenso è intenso, le statue enormi dei Buddha ti scrutano, mentre risuonano i mantra dei monaci, ritmati da trombe e tamburi. Qualche bimbo, assonnato e infreddolito, esplode in un gioioso sorriso appena incrocia il mio sguardo. Alcuni sono orfani, altri provengono da famiglie povere, alcune famiglie mandano un figlio in monastero per acquisire meriti spirituali. Non per tutti è così. Per Tashi, diventare monaca è stata una scelta. “L’ho voluto fortemente per dimostrare che come donna potevo arrivare in alto come un uomo”. Infatti ha vari incarichi di responsabilità al monastero femminile Pema nel cuore del Paese, nella regione del Bumthang (chiamata la piccola Svizzera), dove vivono 200 monache. Qui la notte fa davvero freddo. A scaldarti in camera, oltre al sacco a pelo c’è una ‘buiotte’ elettrica. Una monaca se ne è privata per far stare al caldo l’ospite. Per arrivare in questo angolo di pace e ritiro, abbiamo superato tre passi (oltre i tremila metri), con strade simili alla vecchia tremola del Gottardo.
Dopo 8 ore d’auto si giunge in una regione davvero unica, meta di trekking tra vallate immense e disabitate, ricoperte di folte foreste, pinete e bambù, giganteschi alberi di rododendri e ricca di luoghi sacri. Non di rado si incrociano sul cammino orsi. In mezzo alle vette himalayane tanti piccoli villaggi, gli dzong (cittadelle-fortezze). Bellissimo quello di Punakha (risale 1637), collocato alla confluenza di due fiumi (uno femminile, l’altro maschile), dove si respira la quintessenza della serenità monastica e luogo per l’incoronazione del re del Bhutan.
Mentre il monastero più fotografato e spettacolare è sicuramente il Taktshang Goemba. Arroccato su un dirupo a 900 metri dal fondovalle, si raggiunge con una salita di 3 ore. Guru Rimpoche, secondo la leggenda, ci arrivò a cavallo di una tigre per sottomettere il demone della zona e lo ancorò allo strapiombo con i capelli delle dakini, le entità celesti femminili.

Lo sciamano e il cellulare baby sitter

Miti, divinità e spiriti disturbanti. Sono credenze ben radicate nei villaggi. Quando qualcuno è malato si va al monastero per un rituale, se non funziona si consulta lo sciamano e infine si va in città dal medico. Così mi raccontano da una famiglia dove dormo in un remoto villaggio nel cuore del Paese. La sera si sta tutti stretti attorno all’unica stufa, dove bolle sempre l’acqua per il te. Ecco arriva lo sciamano per guarire la padrona di casa. Avrà sui 70 anni, sguardo vivace, fare calmo, fa la sua divinazione leggendo come cadono i chicchi di riso. L’‘uomo di medicina’ sentenzia che la colpa della malattia sono spiriti negativi da placare e inizia un rituale per pacificarli. Totalmente disinteressati i ragazzini di casa che non si staccano un momento, come ipnotizzati, dal cellulare (baby sitter) dei genitori. Intanto gli adulti seguono il rituale, stretti attorno alla malata. Antico e moderno, tradizioni e tecnologia, passato e futuro, dovranno trovare un equilibrio in questo piccolo (ci vivono 800mila persone) Paese, dove internet è stato vietato fino al 1999, dove è non si può fumare (gli stranieri possono portare sigarette, ma le devono dichiarare all’ingresso), dove non ci sono semafori ma agenti che con i guanti bianchi dirigono il traffico. E loro i reali, con la loro storia da favola, fanno capolino da tutte le case.

Qualche consiglio di viaggio
La carta di credito che nessuno accetta

Per entrare in Bhutan serve il visto, senza visto non si può prenotare il volo. Quindi il primo passo è fare il visto (costa 40 dollari) che implica una tassa giornaliera (da 100 dollari) che varia a dipendenza da quanto tempo si rimane. Meglio avere un’agenzia di appoggio locale che fornisce anche una guida (una buona scelta è l’agenzia di Kinley Gyeltshen, suo contatto diretto è bhutantt@gmail.com) per girare il Paese. Anche perché quasi nessun hotel, ristorante (almeno a dicembre) accettava carte di credito, quindi bisognava pagare tutto cash (meglio avere dollari), avere un contatto nel Paese o avere già pagato il viaggio. Consiglio a chi desidera immergersi nei costumi locali di dormire qualche notte da una famiglia e pernottare anche nei monasteri. Richiede un po‘ di adattamento ma sono esperienze uniche. Per i delicati di stomaco meglio evitare lo yogurt e chiedere l’acqua in bottiglia, molti hotel hanno l’acqua filtrata. Sulla strada tra l’aeroporto di Paro e Thimphu, c’è una piccola perla, un ristorante vegetariano Your Cafe, ricavato da un antica residenza monastica, che adotta il motto dalla ‘fattoria al piatto’, dove assaggiare piatti sfiziosi e prodotti freschi. Bello, buono e solidale. Infatti Your Cafe è anche un’impresa sociale: tutti i proventi vanno a sostenere il monastero di Neyphug (conta 75 monaci) che vive di fondi privati provenienti esclusivamente dagli studenti del 9° Neytrul Rinpoche. Un modo intelligente per autofinanziarsi anche in futuro.
Per una pausa relax a Thimphu dove fare incontri speciali consiglio l’Ambient Caffé dove oltre a mangiare bene, si può intrattenersi con un monaco speciale: si chiama Lama Shenphen, è una sorta di operatore di strada già premiato da Re Drago. Tutte le sere il Lama va per le strade della capitale a ’salvare‘ chi è scivolato nella droga. In compenso riceve vitto e alloggio gratuito all’Ambient Caffé.
Altro e ultimo consiglio: non perdetevi Punakha, lo Dzong tra i due fiumi è magnifico e si può fare anche rafting. In questo angolo di paradiso c’è un agriturismo davvero unico, si chiama Dhumra Farm Resort, (vedi video sotto) non facile da trovare, con un ambiente familiare, con una vista mozzafiato, ottime camere e una cucina davvero speciale!